Comprare aziende, non scommettere su ticker
Partiamo da una distinzione che considero il punto di partenza di tutto il resto, perché è quella che cambia completamente il modo di guardare alla Borsa: quando compro un'azione, non sto comprando un simbolo che sale e scende su uno schermo. Sto comprando una quota di un'azienda vera, con dipendenti veri, clienti veri, debiti veri, un management vero che prende decisioni vere ogni giorno. Il prezzo che vedo sul grafico è solo l'opinione del momento di chi sta comprando e vendendo in quell'istante — non è necessariamente quanto quell'azienda vale davvero.
Questa distinzione — tra prezzo e valore — è l'idea fondativa del value investing, la scuola di pensiero sistematizzata per la prima volta negli anni Trenta del Novecento da Benjamin Graham, professore alla Columbia University, e poi raffinata nel corso di sessant'anni dal suo allievo più celebre, Warren Buffett, insieme a Philip Fisher, Charlie Munger, Peter Lynch, Joel Greenblatt e tanti altri. Non è un sistema di trading, non è un algoritmo, non è una formula magica per prevedere il prezzo di domani. È un modo di ragionare: capire quanto vale davvero un'azienda, e comprarla solo quando il mercato me la offre a un prezzo inferiore a quel valore.
È un'idea che viene spesso riassunta, parafrasando lo stesso Graham, così: nel breve periodo il mercato azionario si comporta come una macchina che vota — riflette umori, mode, paure ed euforie collettive — ma nel lungo periodo si comporta come una bilancia, e prima o poi pesa le cose per quello che realmente valgono. Il compito del value investor è avere la pazienza di aspettare che la bilancia faccia il suo lavoro, senza farsi condizionare dai capricci quotidiani della macchina che vota.
Perché non servono competenze fuori dalla portata di chiunque
Uno dei pregiudizi più diffusi sull'investire in Borsa è che serva una preparazione tecnica fuori dal comune — matematica avanzata, modelli complessi, strumenti riservati agli addetti ai lavori. Non è così, ed è uno dei motivi per cui il value investing mi ha conquistato quando l'ho scoperto.
Per fare un'analisi seria dei dati finanziari di una società non serve altro che la matematica che si impara alle elementari: addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione. Quello che serve davvero è saper leggere con metodo — un bilancio, una relazione trimestrale, i numeri che un'azienda pubblica regolarmente — e avere buon senso: lo stesso buon senso che usiamo ogni giorno per valutare se un'auto usata vale il prezzo richiesto, o se un'attività commerciale che stiamo per rilevare ha davvero i clienti che dichiara di avere.
I numeri e le ratio finanziarie — quello che in gergo si chiama analisi quantitativa — sono necessari e vanno studiati con rigore. Ma da soli non bastano mai. Servono a fotografare la salute di un'azienda in un dato momento, non a dirci cosa quell'azienda diventerà.
L'altra metà del lavoro: l'analisi qualitativa
Qui arriviamo a quello che considero il cuore del value investing, la parte che nessun foglio di calcolo può fare al posto nostro: l'analisi qualitativa.
Serve l'intuizione personale su dove potrebbe andare una società nei prossimi anni. Serve la convinzione, costruita studiando il business nel dettaglio, che quell'azienda possieda davvero un fossato competitivo — quello che Buffett chiama moat, il vantaggio strutturale che la protegge dalla concorrenza nel tempo: un marchio fortissimo, un costo di produzione che nessun altro può replicare, una base di clienti che difficilmente cambierà fornitore. Serve la capacità di leggere tra le righe di una relazione trimestrale, di ascoltare una conference call e coglierne le sfumature che il comunicato stampa ufficiale non dice mai.
Se devo essere onesto fino in fondo, credo che l'analisi qualitativa sia persino più importante di quella quantitativa. Ed è quella che separa davvero un value investor da un trader, da un promotore finanziario, da un investitore qualunque abituato a seguire le idee della massa e a inseguire l'ultima notizia dell'ultimo minuto — sottovalutando un dettaglio decisivo: se una notizia è arrivata a me, chi doveva saperla la sapeva già da tempo. Il vantaggio, in Borsa, non sta mai nell'informazione che tutti hanno appena letto.
Perché un investitore individuale può battere il mercato
Un value investor, va detto con chiarezza, non può battere il mercato — inteso come l'insieme degli operatori istituzionali che lo muovono — sul terreno della velocità nei dati. I grandi fondi schierano eserciti di analisti che lavorano senza sosta per raccogliere informazioni, elaborarle e reagire nel giro di secondi. Su quel campo, un investitore individuale non ha speranza, e sarebbe ingenuo pensare il contrario.
Ma un value investor può battere il mercato — sempre in questo senso — su un altro terreno, quello che conta davvero nel lungo periodo, per due ragioni molto concrete: uno spazio di manovra pressoché infinito, perché un fondo istituzionale è vincolato a un paniere ristretto di titoli (per dimensione, per mandato, per regole interne), mentre un investitore individuale può guardare ovunque, senza vincoli, e concentrarsi anche su società piccole o trascurate su cui i grandi operatori semplicemente non possono, o non vogliono, operare; e la possibilità di studiare i dettagli che i grandi player non guardano nemmeno — non per pigrizia, ma per definizione strutturale: non hanno il tempo né l'incentivo per farlo su ogni singola posizione di un portafoglio enorme.
È proprio lì che si gioca la partita vera. Un esempio concreto e reale: nel terzo trimestre del 2016 Amazon pubblicò un utile per azione di appena 0,52 dollari contro gli 0,82 attesi dagli analisti — un "miss" che fece scendere il titolo. Ma chi avesse letto la relazione con attenzione avrebbe visto che quel calo non era affatto un segnale d'allarme: era la conseguenza di una scelta deliberata, un'accelerazione degli investimenti in nuovi centri di distribuzione (diciotto aperti in un solo trimestre), nei contenuti originali di Prime Video e nella consegna rapida — spese scelte apposta per costruire il vantaggio competitivo degli anni successivi, non un segno di debolezza del business. Chi ha avuto la pazienza di guardare oltre quel singolo trimestre ha visto il titolo Amazon moltiplicarsi più di cinque volte nel giro di meno di un decennio — non per un colpo di fortuna, ma perché aveva letto correttamente cosa quel numero "deludente" significava davvero.
Il buon senso del buon padre di famiglia
I dati finanziari e le ratio vanno seguiti, studiati, osservati con rigore: su questo non c'è discussione, sono fondamentali. Ma da soli non bastano mai. Serve, per prendere in prestito un'espressione che appartiene alla tradizione giuridica prima ancora che a quella finanziaria, il buon senso del buon padre di famiglia: prudente, informato, capace di valutare prima di agire, e soprattutto capace di non farsi travolgere dall'emotività del momento.
Questo è, in sostanza, quello che Warren Buffett dice e pratica da oltre sessant'anni. Ed è quello che il suo maestro, Benjamin Graham, insegnava già prima di lui.
Non esiste un solo modo di essere value investor
Va detto con altrettanta chiarezza che ogni value investor ha il proprio metodo, e non esiste un'unica strada obbligata:
- c'è chi predilige il puro sconto sul valore intrinseco — il classico approccio "da mozziconi di sigaretta" con cui Graham e il primo Buffett cercavano società scambiate ben al di sotto del loro valore reale;
- c'è chi punta soprattutto sulla qualità del business, sul modello alla Fisher e al Buffett più maturo;
- c'è chi dà priorità assoluta alla qualità del management;
- c'è chi preferisce restare dentro i confini di settori che conosce a fondo, per esperienza diretta o formazione professionale.
Ogni approccio ha una sua logica interna e una sua ragion d'essere, e nessuno di questi è "quello giusto" in assoluto. Ma tutti, senza eccezione, condividono un tratto comune: si fondano sul buon senso, non sulla pura logica meccanica dei numeri.
I mercati sono cambiati, ma la logica di fondo no
Nei mercati moderni circola una quantità di capitale semplicemente inimmaginabile fino a qualche decennio fa, e trovare società palesemente sottovalutate — nel senso più letterale del termine, quello originario dei "mozziconi di sigaretta" di Graham — è diventato molto più raro rispetto agli anni Trenta o Cinquanta.
Ma il rovescio della medaglia è che, proprio perché circolano cifre così enormi, spesso quei capitali sono allocati male, spinti da logiche di breve periodo, da mode settoriali, da reazioni emotive collettive che nulla hanno a che vedere con il valore reale delle aziende. E se Mister Market — come lo chiamava Graham, e come lo ha reso celebre Buffett, personificando il mercato come un socio bipolare che ogni giorno ci propone un prezzo diverso, a volte assurdamente basso, a volte assurdamente alto — è per definizione instabile dal punto di vista emotivo, allora il mio compito è restare sempre pronto a cogliere i suoi sbalzi d'umore più opportuni, quando offre a prezzi scontati aziende che valgono ben di più di quanto il mercato, in un momento di panico, gli sta attribuendo.
In sintesi
Il value investing, per come lo intendo io, è la combinazione di tre ingredienti: dati studiati con rigore, capacità di leggere il lato qualitativo di un business che i numeri da soli non raccontano, e il buon senso necessario per non farsi trascinare dalle emozioni del mercato. È un approccio alla portata di chiunque abbia voglia di studiare — non serve essere ricchi, non serve un dottorato in finanza. Serve pazienza, metodo, e la volontà di pensare con la propria testa invece che seguire la massa.
Ed è esattamente per mettere in pratica questi tre ingredienti — dati, giudizio qualitativo, buon senso — che è nato questo sito: non per darti un voto o un segnale, ma per darti il metodo con cui arrivare, ogni volta, alla tua conclusione.
Metti in pratica il metodo.
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